An Englishman in Livorno

Livorno come non l'hanno mai raccontata

Sempre un passo avanti (II)

Pubblicato da George Taylor su 14 Dicembre 2009

Da una trasmissione di Telecentro (indovinate su cosa? sul calcio… l’avreste mai immaginato, eeh), ascolto un’illuminante telefonata di un telespettatore labronico che esponeva un’interessante teoria.
Questi infatti,  pur ritenendosi contrario in tutto e per tutto a Berlusconi, condannava duramente l’aggressione ai suoi danni in quanto -cito a memoria- “è facile fare una cosa del genere nel mucchio, quando una persona è là che saluta”, mentre invece se lui si fosse trovato “testa a testa” con il premier, allora la faccenda sarebbe stata diversa, e gli avrebbe dato “un sacco di puntate”.

Sorvolando sulle misteriose qualità pugilistiche del telespettatore pantofolaio livornese in un fantomatico match a due con il Presidente del Consiglio, c’è da sottolineare l’arguta distinzione sul tipo di violenza da perpetrare ai suoi danni… non c’è male, non c’è male. Violenza con i se e con i ma, verrebbe da dire.

Naturalmente impassibili i due conduttori, ben più interessati alle gesta del Livorno.

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Sempre un passo avanti (I)

Pubblicato da George Taylor su 14 Dicembre 2009

Quando si tratta di fare gara a chi è più imbecille, subito i giovani graffitari livornesi, cui non manca mai il tempo libero, si dimostrano sempre un passo avanti rispetto a tutti: ne è la prova la pronta e raffinata analisi della recente aggressione a Berlusconi, analisi pubblicata naturalmente su un muro prestigioso (Terrazza Mascagni e Cisternone erano già smerdati), come da tradizione:
Risposta di un imbecille

Peraltro, come si può notare, c’è anche un attento e lucido approfondimento della questione lavoro in città, suggerito probabilmente da qualche premio Nobel per l’economia cittadino, e che ha come destinatario il Sindaco, bersaglio aggiunto al primo, secondo i dettami del nobile detto “quello che non strozza, ingrassa”.

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L’insostenibile pesantezza delle chiacchiere al Medusa

Pubblicato da George Taylor su 9 Settembre 2009

Su Il Tirreno di alcune settimane fa, Paolo Virzì elogiava i cittadini livornesi per l’accoglienza datagli dalla città durante la lavorazione del suo ultimo film.
Tuttavia, sul rapporto tra livornesi e cinema, Virzì, che probabilmente frequenta le sale romane, ne ignora un aspetto fondamentale, ossia il comportamento dei livornesi al cinema. Se c’è qualcosa infatti che li rende unici è l’abitudine di parlare a voce alta durante la proiezione dei film.

Non so quali siano le cause di questo fenomeno: forse la consapevolezza di essere simpaticissimi e di voler fare partecipi tutti di tale simpatia, forse lo scambiare il cinema con un bar qualsiasi, forse qualche schiaffo educativo mancato negli anni di gioventù, chissà.
Fatto sta che a Livorno, a differenza di molte altre città toscane (almeno per la mia personale esperienza), al cinema si trovano regolarmente alcuni simpaticoni che ti massacrano la visione del film,  rendendo quindi vana la spesa del biglietto, con i loro continui chiacchiericci, battutine a q.i. zero, risatine, e affini, sempre circondati da una claque accondiscentente di amici e amiche. Principali esponenti di questa adorabile categoria di persone sono gli adolescenti, genere già odioso a priori (lo so, è parlare da vecchio, il mio), ma che qui a Livorno raggiunge vette impensabili di ignoranza e maleducazione.

Per questo motivo avevo stretto il giuramento di non andare mai più al (cupissimo) Multisala Medusa; poi, siccome la carne è debole e l’uomo è un animale pieno di contraddizioni, tempo fa ho rotto questo giuramento per andare a vedere il sesto film della saga di Harry Potter.
Lo so, il peccato originale è quindi mio, però a mia discolpa devo dire che in teoria avevo preso tutte le precauzioni possibili: il film era uscito da più di 10 giorni (e quindi la marmaglia iniziale era scartata), il giorno prescelto era la domenica (e quindi i bimbetti dovevano essere tutti al mare), l’orario era uno classico da sfigati, ossia le 21 (e quindi i cafoni pomeridiani e quelli dell’ultimo spettacolo erano evitati).
Insomma, sulla carta potevo farcela.

Mi accomodo quindi in sala. Saremo una trentina sì e no. Scorgo i volti dei presenti, e noto con piacere che l’età media è abbastanza avanzata, il che lascia presumere una tranquilla visione tra vecchie coppie pantofolaie, esattamente ciò che cercavo.
Inizia la pubblicità, le luci calano parzialmente, tutto sembra scorrere liscio.
Poi, all’ultimo spot, una visione mi gela il sangue.

Dal fondo del cinema salgono la scala tre ragazzini under 16, tutti e tre con ampia cibaria in mano. Uno di loro indossa un casco: da tale orpello, capisco subito che si tratta del capo, del più simpatico, perché sei troppo una figura se entri in un cinema con un casco sulla testa. Nel semibuio della sala, la sagoma del ragazzo con il casco in testa assume la parvenza di un’icona fallica: tale simbolismo è sin troppo esplicito nel comunicarmi quale tipo di testa sia il ragazzo.
I tre bimbetti avanzano minacciosi: le file sono tante, milioni di milioni, ma alla fine il destino vuole che si siedano proprio nella mia.
Solo a quel punto capisco che è finita, ancora prima di cominciare.

Le luci calano, iniziano a scorrere i titoli del film, e con loro inizia il chiacchiericcio, unito allo sgranocchiamento dei troiai comprati.
Per un attimo speri che sia solo l’assestamento iniziale, che una volta entrato il film nel vivo tutto cessi e gli spettatori si immergano nella storia e nella sua atmosfera, ma poi realizzi che si tratta solo di una tua proiezione immaginaria, di una tua speranza che non ha nessun legame con la realtà.

Perché la realtà è che i tre sono i classici bimbi livornesi cui non frega nulla né di Harry Potter né degli altri che erano andati al cinema per vederlo.
Chiacchierano a voce alta, commentano ogni frase, ogni scena, ogni immagine del film, con le loro irresistibili battute.

Battendo ogni mio record personale, dopo neppure un quarto d’ora, li zittisco. So che è uno di quei gesti da vecchi, che alla fine ti portano solo irrisione, ma mi viene istintivo, è più forte di me.
Apparentemente le tre figure accusano il colpo. Una risatina, e poi 10 minuti di sano silenzio. Che abbiano intuito cosa sia il rispetto?

Aaaah, santo ottimismo.
All’undicesimo minuto ricominciano, e vanno avanti per tutto il film.
Verso la metà dello stesso, come un attaccante sfinito che prova un tiro fiacco dinanzi al portiere, li zittisco di nuovo. Ma questa volta, i tre hanno capito che la mia unica arma è un patetico “shhhhh”, e che quindi non verranno fustigati sulla pubblica piazza come meriterebbero, e pertanto dopo neppure un minuto riattaccano, e non la smettono fino ai titoli di coda.

E’ la sconfitta, amara, del mio ingenuo tentativo di vedere un film a Livorno.
Sconfitta con una mezza beffa finale: all’accensione delle luci in sala, molti presenti borbottano lamentandosi del casino dei tre ragazzini. Peccato però che l’unico ad aver osato opporsi sia stato io; se, anziché lamentarsi a fine film, avessero contribuito anche loro a cazziarli, forse le cose sarebbero andate diversamente.
Ma questa è la punta dell’iceberg di un grande problema della nostra società, ossia quello per cui, dinanzi alle prepotenze altrui, le persone pacifiche ed educate tendono ad andarsene, piuttosto che a contrastarle: lo stadio è un ottimo esempio di questo fenomeno.

Esco dal cinema, osservando i tre che se ne vanno felici di aver speso più di 10 euro a testa, tra biglietto e cibo, per un film di cui non gli fregava nulla, e per essersi sentiti ganziabbestia nell’aver preso cazziatoni durante la visione, ed esserne usciti indenni e vincitori.
Da spergiuro pentito, rifaccio il mio giuramento anti-Medusa, inginocchiato sui ceci. Tuttavia, ne sono sicuro, la sola idea di rintanarmi in casa con un dvd o di cercare altri cinema solo per darla vinta ai dei teenager analfabeti mi farà presto rompere tale giuramento. E se mai un giorno la possibilità di gustarsi un film in santa pace in un cinema livornese diventerà realtà, allora sarò lieto di essere uno spergiuro recidivo.

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Sindaco rieletto fa buon brodo?

Pubblicato da George Taylor su 5 Luglio 2009

E alla fine la città ha puntato sull’usato sicuro: Alessandro Cosimi è stato confermato sindaco.

Non che il risultato finale fosse mai stato in discussione, ovviamente, tuttavia prima del voto c’era la sensazione diffusa che per la prima volta a Livorno si sarebbe arrivati al ballottaggio: i molti candidati di spicco, un certo malcontento per la situazione generale cittadina, la crisi nazionale del Pd… questo e molto altro avevano generato una grande suspense per le elezioni comunali.

Ma non c’è stato alcun ballottaggio: Cosimi è riuscito nell’impresa di farsi confermare al primo turno, raggiungendo il 51,5% dei voti.
“Il Tirreno” ha celebrato la vittoria del sindaco uscente con un numero trionfalistico, da collezione: “E’ Cosimi bis, Taradash delude” è il titolo che non ammette discussioni. Memorabile nella sua obiettività l’incipit dell’articolo di Andrea Lazzeri:
“Non ha vinto per l’irresistibile simpatia che trasmette al primo sguardo né per lo straordinario elenco di opere realizzate e visibili da tutti i cittadini.”

Non si sa bene a quali opere Lazzeri si riferisca, né vogliamo approfondire l’aspetto “simpatia”, attualmente molto in voga nel Pd (vedasi la polemica Serracchiani sul “simpatico Franceschini”); preferiamo approfondire l’esito elettorale, utilizzando i dati e una piccola dose di matematica, materia odiata da tutti e per questo (e per altri motivi di comodo) volutamente ignorata.

Dati alla mano, infatti, quello di Cosimi è stato tutto fuorché un trionfo: rispetto alle elezioni precedenti, ha preso 6.640 voti in meno, mica briciole. E se ci spostiamo da un dato assoluto a uno percentuale, in modo da depurarlo da quello degli astenuti, la flessione è del 3,6% (51,5% contro il 55,1% del 2004). Insomma, il calo c’è stato e non è stato neppure tanto contenuto.
Peraltro le liste che lo sostenevano hanno retto, se non altro in termini percentuali (-1,1%): questo significa che la flessione è tutta da ascriversi personalmente al candidato sindaco.

Parallelamente, la “delusione” del dato di Taradash non è molto fondata, a meno che non si avessero aspettative enormi: rispetto alle elezioni del 2004, Taradash ha preso, malgrado l’astensionismo, 2.289 voti in più del candidato sindaco di allora, ossia Guido Guastalla, e il +3,9% in termini percentuali. Anche qui “Il Tirreno” sembra parlare di tutt’altro scenario.

La vera delusione, e su questo concordiamo, è stato Gianfranco Lamberti, che ha racimolato il 3,2% dei voti, ben al di sotto delle (soprattutto sue) aspettative, mentre, come avevamo previsto, si è rivelato candidato molto valido Marco Cannito, che ha realizzato un notevole risultato, ottenendo il 9,1% dei voti, ossia ben 8.496 preferenze contro le 3.178 ottenute cinque anni prima.
Di contro -e anche qui non ci eravamo sbagliati- notevolmente sottotono, considerato che stiamo pur sempre parlando di una piazza come Livorno, il risultato della candidata di Rifondazione Comunista, Tiziana Bartimmo.

Insomma, dati alla mano, Cosimi ha scampato il ballottaggio per il rotto della cuffia, anche se naturalmente rimane un sindaco che gode di un’amplissimo consenso elettorale.
Speriamo tuttavia che, per questo secondo mandato, non tenga conto delle adulazioni del “Tirreno”, ma consideri piuttosto il malcontento nei suoi confronti emerso dalle urne e concretizzatosi nel forte calo dei voti ricevuti: che questo dato possa farlo riflettere per dare una sterzata alla politica cittadina da lui finora esercitata.
Forse è una visione un po’ troppo ottimista, ma non si può non esserlo, almeno adesso che ci troviamo all’inizio di cinque lunghi anni di amministrazione.
In bocca al lupo, signor sindaco: renda Livorno una città migliore.

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Né con Cosimi, né con Lamberti

Pubblicato da George Taylor su 6 Giugno 2009

Mai come quest’anno è stata aperta la bagarre per la candidatura a Sindaco di Livorno: ben nove candidati, oltretutto non uno “noto” e otto misconosciuti, ma diversi nomi di spicco (Cosimi, Lamberti, Taradash) o con sponsor eccellenti (Beppe Grillo per Cannito). Insomma, tutta un’altra musica rispetto alle soporifere elezioni comunali degli anni passati. E questo è sicuramente un dato positivo, perché vuol dire che quest’anno c’è stata una reale attenzione alle questioni cittadine, e non candidature col “pilota automatico”.
Però vuol dire anche che la maggioranza non è più tale: in una città che ha da sempre presentato percentuali “bulgare” per il PCI prima, PDS-Rifondazione poi, non ci sarebbe mai stato bisogno di nove candidati, se non fosse proprio andato in frantumi tutto il fronte della maggioranza. Premesso che sicuramente, una volta al ballottaggio, molti tasselli si ricomporranno a favore del Tassello Principale (Cosimi), tale frammentazione è tuttavia sintomo di un malessere diffuso relativamente all’amministrazione comunale.

E non si tratta di un malessere oscuro, dalle cause misteriose o insondabili: si tratta di un malessere palese, che si avverte semplicemente andando in giro per la città, mai così degradata, mai così in crisi di identità ed economica. Tale malessere ha varie origini, sicuramente in buona parte extracomunali (crisi economica) ed endogene (la città è lo specchio di chi ci vive), però non si può negare che chi è stato finora ad amministrarla abbia la sua buona dose di responsabilità.

A me Cosimi non sta umanamente antipatico, anzi: a differenza di Lamberti, che ha sempre l’aspetto di chi la sa lunga, il sindaco uscente ha sempre quell’aria scarruffata e anche impacciata di chi al suo posto c’è finito un po’ per caso (anche se poi ovviamente non è così), che me lo rende simpatico.

Però, simpatie a parte, se uno non è contento di come sia Livorno oggi e di come sia diventata tale negli ultimi 10-15 anni, non può confermare il voto a Cosimi o tantomeno ridarlo a Lamberti: è una questione logica, ancor più che politica. Se per gli altri candidati manca la controprova (il che non dà il diritto automatico ad averla, sia chiaro), qui c’è una prova, anzi una superprova di moltissimi anni di amministrazione comunale che porta la firma di questi due candidati.
E’ un criterio di voto forse troppo radicale, ma necessario, ed è l’unico criterio utilizzabile se non si è soddisfatti delle condizioni odierne della città: è inutile sperare che queste cambino, almeno radicalmente, se l’amministrazione, presente o passata, venisse riconfermata.

Quindi il discorso passa alle alternative: ce ne sono sette, alcune pretestuose, altre più consistenti.

Quella dell’opposizione “ufficiale”, ossia del Pdl, è forse la più insidiosa per Cosimi: Taradash ha un programma elettorale sensato, che condivido in buona parte, ma sconta il doppio peccato originale (al di là di quello del partito di appartenenza) di non abitare a Livorno (e non è un dato meramente campanilistico, ma di reale presenza cittadina) e di essere caratterialmente ostico, se non proprio antipatico (e anche questo non è un dato frivolo, ma condiziona la fiducia che comunque un elettore deve avere istintivamente nei suoi confronti).

Poi c’è Cannito, sostenuto da Città diversa (lista civica e movimento dei “Grilli”), Verdi e Sinistra Critica. E’ l’altro candidato che durante la campagna ha fatto parlare molto di sé, e non solo per l’illustre ospite genovese.  E’ un consigliere comunale uscente, il che non è necessariamente un pregio; il suo programma contiene buoni propositi ecologisti, che però scontano, come sempre, scarse difficoltà attuative e poca compatibilità economica (conciliare ecologia e sviluppo è il nodo gordiano dei nostri giorni), nonché un’impostazione molto di sinistra per quanto riguarda le politiche sociali che non condivido, in quanto troppo assistenzialistiche.

Quanto agli altri candidati, mi sono sembrati tutti un po’ sottotono, in particolare la Bartimmo, la candidata di Rifondazione, partito che un tempo faceva la parte del leone in città, e che oggi risente delle forti divisioni interne avvenute a livello nazionale.

Comunque sia, oramai ci siamo: le elezioni sono alle porte. Ballottaggio o meno, una nuova amministrazione comunale sta per insediarsi e governare per cinque anni la città.
Se sarà un sindaco nuovo, vedremo se riuscirà a cambiare in meglio Livorno.
Se sarà un sindaco “usato”, allora non ci rimane che sperare che, reinsediandosi al potere, recepisca le critiche apportate durante la campagna elettorale e operi almeno una variazione di rotta, anche piccola, rispetto a quanto fatto finora.

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Taradash: primi accenni di dibattito elettorale

Pubblicato da George Taylor su 27 Marzo 2009

Quando seppi che il candidato sindaco del Pdl era Marco Taradash, ebbi non poche perplessità: nonostante fosse meglio un nome conosciuto, anziché un signor nessuno come spesso accaduto negli anni precedenti, rimaneva tuttavia il fatto che questi fosse residente a Roma praticamente da una vita e, come persona, simpatico e affabile come un mal di denti.

Per questo motivo, facendo uno stanco zapping serale tra i canali, ed essendomi spinto fin su Rete37 (e per spingermi così in là nei canali vuol dire che la noia era davvero tanta), ho assistito a un incontro-intervista con i due candidati sindaci del Pdl di Firenze e Livorno, ossia Giovanni Galli e proprio Taradash. La trasmissione si chiamava “Telekomando” (ah, santa “k” imperversante), oltre al conduttore aveva in studio due giornalisti del Corriere di Firenze, e venivano raccolte telefonate degli spettatori.

Il mio zapping quindi si è fermato appositamente per sentire cosa aveva da dire il candidato sindaco di Livorno… e devo ammettere che tutto sommato se l’è cavata.
Con la sua consueta simpatia ha praticamente sparato a zero sullo stato della città, definendola “imbruttita”, sull’assenza totale di una politica del turismo, sull’abbandondo del quartiere Venezia e lo scempio previsto su Piazza del Luogo Pio, sul degrado del centro città, sul monopolio delle cooperative rosse sugli appalti comunali, sugli effetti nefasti della mancanza di alternanza politica, e molto altro ancora.
Ed è riuscito persino a cadere in piedi sulla classica domanda populista, ossia quella sul nuovo stadio (domanda su cui ha traballato pure Galli, relativamente alla Fiorentina): è evidente che uno stadio nuovo non è una priorità per nessuno, ma -chissà perché- uno che si deve far eleggere deve ruffianamente sempre tenersi buoni i tifosi qualsiasi cosa essi chiedano… comunque sia, Taradash si è detto favorevole purché sia realizzato completamente a costo zero per l’amministrazione pubblica (ossia mai).

Come prima intervista, devo dire che il candidato ha un po’ scalfito i miei pregiudizi. Attendo di sentirlo di nuovo, possibilmente in contraddittorio con gli altri candidati.
Queste elezioni (anche con lo scontro fratricida Cosimi-Lamberti) si preannunciano interessanti.

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L’effetto di Effetto Venezia

Pubblicato da George Taylor su 12 Agosto 2008

Si è appena conclusa l’edizione 2008 di Effetto Venezia, forse una delle migliori: per dieci giorni il quartiere ha preso vita, si è riempito di centinaia di tavolini lungo le vie, ha ospitato molti happening (e non solo le solite bancarelle), insomma ha pulsato vitalità come non mai.
Per quanto i residenti si siano lamentati (mi sarei stupito del contrario, figurarsi, in questa epoca di “nimby”), sarebbe bello se questo quartiere avesse la medesima vitalità tutto l’anno. Non dico la fiumana di gente di questi giorni, ma tutti i localini aperti con i tavolini fuori, quello sì. Perché Venezia è davvero la cosa migliore che ha Livorno: non credete a chi vi dirà il mare o il lungomare… la parte veramente unica di questa città la si trova sui fossi, tra le due Fortezze, tra questi palazzi antichi, in questo quartiere fuori dall’ordinario e fuori dal tempo.

Desideri a parte, Effetto Venezia mi dà sempre l’impressione di essere un evento in cui si possono ritrovare tutti i livornesi, per vedere come stanno: un po’ come un raduno di ex compagni di scuola o un evento tipo matrimonio, ogni anno ci si ritrova tutti, ci si guarda in faccia, si vede come si sta. Si fanno quattro passi nella manifestazione e nel giro una sera si può tastare il polso della città e dei suoi abitanti.
E anche quest’anno li ho trovati sempre uguali, nel bene e nel male, e tutto sommato ciò mi produce un effetto rassicurante.

Alla prossima edizione, Livorno.

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The day(s) after

Pubblicato da George Taylor su 30 Luglio 2008

Sono passati alcuni giorni da quell’evento catastrofico chiamato Italia Wave, evento che avrebbe dovuto distruggere Livorno, a mo’ di Godzilla, eppure, almeno per quel che posso ammirare dal balcone di casa mia, la città è ancora in piedi, non appaiono macerie, i cittadini vanno in giro tranquilli con la loro bella canotta + pantaloni alla pescatora + infradito, i loro cani continuano a farla beatamente sui marciapiedi.

E quindi?
Vuoi vedere che questa manifestazione non era l’Armageddon annunciato?
Chi l’avrebbe mai immaginato… già… chi…

Scommessona: vogliamo scommettere che nessun giornale cittadino si è guardato bene dallo scrivere “scusate, avevamo un po’ enfatizzato l’evento, creando allarmismo per settimane, ma in realtà avevamo esagerato”? Scommessa troppo facile da vincere, questa.
Anche perché i giornali -furbacchioni- hanno subito cambiato l’obiettivo, e dopo i primi due giorni di fiacca di pubblico, complici il tabellone artisti non brillantissimo (e falcidiato dalla defezione di Ashcroft dei Verve) e i giorni feriali, hanno subito sparato titoli disfattisti (“Italia Wave cronaca di un flop”) mentre la manifestazione era ancora in corso, corredati da interviste di vario tipo, tra cui a un’agenzia spettacoli concorrente a quella del Wave, che ovviamente ha tirato l’acqua al suo mulino.

E siccome non erano sazi di figuracce, si son dovuti sorbire il boom finale dei concerti (Elio/Tricarico venerdì 18, ma soprattutto i Chemical Brothers sabato 19, un successone) a totale smentita dei bilanci definitivi sbandierati ai quattro venti dopo appena due giorni.

Insomma, non una bella figura per la stampa cittadina, e per tutti quei livornesi che badavano solo al proprio cortile (eufemismo per “culo”), al contrario di quella fatta dagli organizzatori dell’evento, uno dei pochi decenti sulla piazza da anni. Speriamo che rimanga ancora a Livorno, magari in un altro spazio, che possa contenere almeno i due palchi principali (come nel 2007 all’Osmannoro), stavolta separati tra Stadio e Rotonda d’Ardenza.

Adesso tocca a Effetto Venezia, ma questa è una manifestazione “socialmente approvata”, e quindi non potremo goderci lo spettacolo di quei cittadini livornesi, vittime di giorni e giorni di un allarmistico lavaggio del cervello, che giorni fa si affacciavano timidamente nelle strade temendo di essere assaliti da un momento all’altro dall’annunciata orda di inferociti punkabbestia, per ritrovarsi invece, con delusione, le solite facce, le solite voci, le solite scene di tutti i giorni, e pure i soliti drogati “indigeni”.
Mai una novità, eeeh… che vita grama, che grama vita.

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Livorno città aperta, ma non all’Italia Wave

Pubblicato da George Taylor su 16 Luglio 2008

A forza di leggere i giornali degli ultimi giorni/settimane, sembrerebbe che sia in arrivo sulla città una specie di uragano Katrina destinato a spazzar via ogni cosa, case-vicoli-e-palazzi, nel giro di tre giorni: un uragano che contiente in sé pure un mix del G8 di Genova, con orde di puzzoni violenti pronti a invadere la città e metterla a ferro e a fuoco.
Insomma, sembra proprio che Livorno si stia preparando all’Armaggeddon.

Poi però uno legge meglio e scopre che si tratta di un semplice festival musicale, che per un decennio buono è stato ospitato da una nota metropoli come Arezzo, che ospita cantanti “maledetti” e sobillatori di folle come Elio e le Storie Tese, che è probabilmente l’unico evento degno di nota ospitato da Livorno negli ultimi 10 anni.

E allora ci si chiede: perché tutto questo allarmismo?
Ma non ci era sempre stata raccontata la storia della Livorno città aperta a tutti? E invece si scopre essere più chiusa di un qualsiasi comune veneto, pronto a manifestare contro qualsiasi cosa che abbia luogo nel Suo Backyard… davvero una sorpresa, questa (o forse no?).
Peraltro una tale sollevazione popolare non si è mai vista per altre manifestazioni/cortei vari (in cui suddetti puzzoni spesso erano presenti), nonché per le solite orde di ultrà che da anni la città è costretta a ospitare una domenica su due.
Misteri labronici.

Attendiamo con ansia il primo che affermerà che “a Livorno non ci fanno mai nulla di interessante” per attuare un’adeguata opera di rinfaccio.
Nel frattempo, godiamoci Italia Wave.

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Il nefasto venerdì di Via Grande

Pubblicato da George Taylor su 7 Luglio 2008

Né di Venere né di Marte non si sposa e non si parte, e non si dà inizio all’arte, sostiene il detto.
Questo diario inizia di lunedì ma si riferisce a un venerdì: la maledizione vale lo stesso?
Forse sì, se il venerdì in questione è relativo all’inquietante “festa in Via Grande” che ha avuto luogo lo scorso 4 luglio, e che minaccia di ripetersi per gli altri tre venerdì a venire.

Dire che non c’era NULLA non è la solita frase da giovane-mondano-annoiato-e-viziato, ma questa volta corrisponde a pura realtà.
In un’atmosfera irreale, cimiteriale, sferzata da un vento freddo, probabilmente proveniente proprio dall’Oltretomba, centinaia di livornesi si sono riversati nell’arteria cittadina, semideserta e scarsamente illuminata, alla ricerca di qualcosa che potesse anche vagamente ricordare un “evento”, e trovando invece:

1) auto parcheggiate (?), alcune destinate alla vendita (mah), altre da collezione
2) animazione bambini (ma alle 23 non dovrebbero dormire?)
3) animazione adulti (ossia degli animatori che ballavano e tutti intorno a guardare)
4) orchestra itinerante (con la gente che la seguiva insensatamente, ipnotizzata come i topolini col pifferaio magico)
5) danza del ventre (??)

E basta.

Per il resto una via completamente vuota, con 1 negozio su 3 aperto (ah, la crisi, questo Mito Metropolitano), con tutti che camminavano su e giù senza una meta, con facce sconsolate che si riaccendevano di vita alla vista del primo capannello di persone, sperando ogni volta che questo celasse una qualsiasi cosa che li distogliesse dalla morte incombente della serata, foss’anche stato un musicista petomane.
E invece nulla, nemmeno un petomane: solo il vuoto.

Va bene che è meglio questa di un calcio nei testicoli, però che senso ha una manifestazione organizzata così? La Sagra della Fettina Panata in confronto è il Festival di Sanremo. Almeno gli anni scorsi c’erano diversi ristoranti aperti col pianobar, che spezzavano il (già allora presente) Nulla cosmico, ma quest’anno non ve n’è traccia. E poi la via è molto larga, se non la si riempie con bancarelle-stand-palchi diventa davvero desolata, così vuota.

E poi qui c’è chi discute sull’utilità dell’Italia Wave a Livorno…

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