L’insostenibile pesantezza delle chiacchiere al Medusa
Pubblicato da George Taylor su 9 Settembre 2009
Su Il Tirreno di alcune settimane fa, Paolo Virzì elogiava i cittadini livornesi per l’accoglienza datagli dalla città durante la lavorazione del suo ultimo film.
Tuttavia, sul rapporto tra livornesi e cinema, Virzì, che probabilmente frequenta le sale romane, ne ignora un aspetto fondamentale, ossia il comportamento dei livornesi al cinema. Se c’è qualcosa infatti che li rende unici è l’abitudine di parlare a voce alta durante la proiezione dei film.
Non so quali siano le cause di questo fenomeno: forse la consapevolezza di essere simpaticissimi e di voler fare partecipi tutti di tale simpatia, forse lo scambiare il cinema con un bar qualsiasi, forse qualche schiaffo educativo mancato negli anni di gioventù, chissà.
Fatto sta che a Livorno, a differenza di molte altre città toscane (almeno per la mia personale esperienza), al cinema si trovano regolarmente alcuni simpaticoni che ti massacrano la visione del film, rendendo quindi vana la spesa del biglietto, con i loro continui chiacchiericci, battutine a q.i. zero, risatine, e affini, sempre circondati da una claque accondiscentente di amici e amiche. Principali esponenti di questa adorabile categoria di persone sono gli adolescenti, genere già odioso a priori (lo so, è parlare da vecchio, il mio), ma che qui a Livorno raggiunge vette impensabili di ignoranza e maleducazione.
Per questo motivo avevo stretto il giuramento di non andare mai più al (cupissimo) Multisala Medusa; poi, siccome la carne è debole e l’uomo è un animale pieno di contraddizioni, tempo fa ho rotto questo giuramento per andare a vedere il sesto film della saga di Harry Potter.
Lo so, il peccato originale è quindi mio, però a mia discolpa devo dire che in teoria avevo preso tutte le precauzioni possibili: il film era uscito da più di 10 giorni (e quindi la marmaglia iniziale era scartata), il giorno prescelto era la domenica (e quindi i bimbetti dovevano essere tutti al mare), l’orario era uno classico da sfigati, ossia le 21 (e quindi i cafoni pomeridiani e quelli dell’ultimo spettacolo erano evitati).
Insomma, sulla carta potevo farcela.
Mi accomodo quindi in sala. Saremo una trentina sì e no. Scorgo i volti dei presenti, e noto con piacere che l’età media è abbastanza avanzata, il che lascia presumere una tranquilla visione tra vecchie coppie pantofolaie, esattamente ciò che cercavo.
Inizia la pubblicità, le luci calano parzialmente, tutto sembra scorrere liscio.
Poi, all’ultimo spot, una visione mi gela il sangue.
Dal fondo del cinema salgono la scala tre ragazzini under 16, tutti e tre con ampia cibaria in mano. Uno di loro indossa un casco: da tale orpello, capisco subito che si tratta del capo, del più simpatico, perché sei troppo una figura se entri in un cinema con un casco sulla testa. Nel semibuio della sala, la sagoma del ragazzo con il casco in testa assume la parvenza di un’icona fallica: tale simbolismo è sin troppo esplicito nel comunicarmi quale tipo di testa sia il ragazzo.
I tre bimbetti avanzano minacciosi: le file sono tante, milioni di milioni, ma alla fine il destino vuole che si siedano proprio nella mia.
Solo a quel punto capisco che è finita, ancora prima di cominciare.
Le luci calano, iniziano a scorrere i titoli del film, e con loro inizia il chiacchiericcio, unito allo sgranocchiamento dei troiai comprati.
Per un attimo speri che sia solo l’assestamento iniziale, che una volta entrato il film nel vivo tutto cessi e gli spettatori si immergano nella storia e nella sua atmosfera, ma poi realizzi che si tratta solo di una tua proiezione immaginaria, di una tua speranza che non ha nessun legame con la realtà.
Perché la realtà è che i tre sono i classici bimbi livornesi cui non frega nulla né di Harry Potter né degli altri che erano andati al cinema per vederlo.
Chiacchierano a voce alta, commentano ogni frase, ogni scena, ogni immagine del film, con le loro irresistibili battute.
Battendo ogni mio record personale, dopo neppure un quarto d’ora, li zittisco. So che è uno di quei gesti da vecchi, che alla fine ti portano solo irrisione, ma mi viene istintivo, è più forte di me.
Apparentemente le tre figure accusano il colpo. Una risatina, e poi 10 minuti di sano silenzio. Che abbiano intuito cosa sia il rispetto?
Aaaah, santo ottimismo.
All’undicesimo minuto ricominciano, e vanno avanti per tutto il film.
Verso la metà dello stesso, come un attaccante sfinito che prova un tiro fiacco dinanzi al portiere, li zittisco di nuovo. Ma questa volta, i tre hanno capito che la mia unica arma è un patetico “shhhhh”, e che quindi non verranno fustigati sulla pubblica piazza come meriterebbero, e pertanto dopo neppure un minuto riattaccano, e non la smettono fino ai titoli di coda.
E’ la sconfitta, amara, del mio ingenuo tentativo di vedere un film a Livorno.
Sconfitta con una mezza beffa finale: all’accensione delle luci in sala, molti presenti borbottano lamentandosi del casino dei tre ragazzini. Peccato però che l’unico ad aver osato opporsi sia stato io; se, anziché lamentarsi a fine film, avessero contribuito anche loro a cazziarli, forse le cose sarebbero andate diversamente.
Ma questa è la punta dell’iceberg di un grande problema della nostra società, ossia quello per cui, dinanzi alle prepotenze altrui, le persone pacifiche ed educate tendono ad andarsene, piuttosto che a contrastarle: lo stadio è un ottimo esempio di questo fenomeno.
Esco dal cinema, osservando i tre che se ne vanno felici di aver speso più di 10 euro a testa, tra biglietto e cibo, per un film di cui non gli fregava nulla, e per essersi sentiti ganziabbestia nell’aver preso cazziatoni durante la visione, ed esserne usciti indenni e vincitori.
Da spergiuro pentito, rifaccio il mio giuramento anti-Medusa, inginocchiato sui ceci. Tuttavia, ne sono sicuro, la sola idea di rintanarmi in casa con un dvd o di cercare altri cinema solo per darla vinta ai dei teenager analfabeti mi farà presto rompere tale giuramento. E se mai un giorno la possibilità di gustarsi un film in santa pace in un cinema livornese diventerà realtà, allora sarò lieto di essere uno spergiuro recidivo.