Se c’è una cosa in cui i giornalisti del Tirreno di Livorno sono maestri indiscussi, quella sono le locandine poste dinanzi alle edicole. Negli anni ne hanno sfornate di bellissime, al punto tale che meriterebbero un approfondimento ad hoc, magari in un libro, e non è detto che qualcuno un giorno non lo faccia.
E sicuramente nell’empireo delle più belle può essere annoverata quella dello scorso martedì 29 marzo, che titolava a caratteri cubitali “La nube radioattiva su Livorno”, con sottotitolo “Arpat: aumenti lievi”. Come succedeva al ragionier Fantozzi, così la città, secondo il suo quotidiano, è stata sorvolata da questa fantomatica nube assassina proveniente dal Giappone. Immagine geniale.

Certo, parlare in maniera più tecnica di una generale variazione dei livelli di radioattività sull’Italia o sull’Europa sarebbe stato meno efficace: vuoi mettere invece l’idea di una nube (che uno si immagina nera con il simbolo del nucleare lampeggiante all’interno della stessa) che si abbatte specificatamente su Livorno? Eh no, dai, non c’è paragone.

Insomma, uno esce la mattina di casa, convinto di vivere in una città piccola e tranquilla in cui non succede mai nulla, rassegnato alla grigia routine quotidiana, e invece scopre di essere nel mezzo di un attacco radioattivo, con la conseguenza di iniziare guardare con sospetto quel cavolo adagiato sul banco del verduraio di Piazza Cavallotti. In effetti quel cavolo ha un qualcosa di strano, avranno pensato in molti, rinunciando all’acquisto (nel dubbio da panico, il consumatore medio non va tanto per il sottile).

Non siamo sicuramente ai livelli, insuperati e probabilmente insuperabili, del “Maremoto a Livorno” del 1988, forse la locandina più celebre del Tirreno, né di quella di “Squali” di qualche tempo fa, seguita da foto di un feroce squalo assassino con le fauci spalancate pronte a uccidere (giusto il tempo di un sussulto di terrore per poi leggere sotto la specifica che si trattava di un progetto per il futuro acquario livornese), però la locandina della nube labronica ha indubbiamente il suo perché.
In città sono giustamente celebri quelle del Vernacoliere, che infatti sono già state raccolte e commentate in un libro; tuttavia, le locandine del Tirreno, in considerazione soprattutto del fatto che non si tratta certo di un giornale satirico come il primo, in molti casi superano in comicità quelle di Cardinali & c.

Comunque sia la nube per il momento pare essere andata. Almeno, il Tirreno non ne ha più parlato. E così, mentre ci accingiamo a dare nuovamente fiducia a quel cavolo di Piazza Cavallotti, attendiamo con impazienza quale sarà la prossima notizia shock che colpirà questa (solo apparentemente) amena città toscana.